Degustazione dell'Etna Rosso

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I Rossi dell'Etna
“È Sicilia e mi pare Piemonte”
 
Cristiano Garella, enologo biellese e relatore della serata sui vini dell'Etna, non ha dubbi al riguardo: esiste un parallelo tra il Piemonte e la zona etnea della Sicilia. Un paragone che sembra azzardato, ma che aveva segnalato anche Mario Soldati nel suo primo viaggio per l'Italia vitivinicola nell'autunno del 1968 e con prima tappa proprio sull'Etna.
«È vino di Sicilia, sì, ma è anche vino di montagna! Come il Gattinara sembra che attinga la sua forza più segreta al vento che passa sui ghiacciai del Rosa pochi minuti prima di soffiare tra le vigne, […] così l'Etna raccoglie e fonde le nevi perenni della vetta e il fuoco del vulcano. […] Nell'ombra del grande viale di castagni, nella pura aria già alpestre, in questa perfetta e struggente illusione di Piemonte […] basta sostituire al mare la pianura padana e al Rosa l'Etna».
Anche Cristiano Garella proviene da un terroir di origine vulcanica molto antico e poco conosciuto nel nord del Piemonte, si avvicina ai vini della Sicilia tra il 2005 e il 2006 e in particolare a quelli dell'Etna, oggi considerati tra i più interessanti della regione. Questa zona viene spesso definita come “un'isola nell'isola” grazie ai suoi microclimi unici: un terroir di montagna, con suoli vulcanici a pochi chilometri dal mare. 
Qui già i greci importarono alcuni vitigni e fino a duecento anni fa l'Etna era la zona vitivinicola più grande della Sicilia con una vastissima varietà di vitigni, anche in termini qualitativi e commerciali.
Nel corso del Novecento questo patrimonio è andato perduto: quella sotto il vulcano è, infatti, una viticoltura difficile, di montagna, e nei momenti di crisi si tendono a preferire coltivazioni più facili e redditizie. Dopo l'avvento della fillossera, inoltre, molta manodopera preferì migrare verso altre regioni o altri settori, complice anche un cambiamento epocale.
La vite ha resistito caparbia prevalentemente nelle zone più vicine alla pianura, dove la coltivazione era più facile, e in corrispondenza di tenute e cascine nobili. Un alone di aristocrazia antichissima e strapotente poi decaduta, non a caso, ancora oggi rimane nel profilo nobile di questi vini, che hanno un'eleganza antica e poco alla moda, fuori dal tempo.
Oggi i vitigni più importanti sono quattro: nerello mascalese e nerello cappuccio a bacca rossa, minnella e carricante a bacca bianca. Sono queste varietà uniche e peculiari, da valorizzare al massimo.
Negli ultimi anni hanno iniziato a stabilirsi all'ombra del vulcano più alto d'Europa una grande quantità di piccoli produttori, quasi cento, che lavorano su un terroir eterogeneo: a seconda del versante la vite arriva ad altitudini quasi da record. 
Sono terreni ricchi di pomice e lapilli quelli del versante sud-est verso Catania, con pendenze anche del 40%, è un'area montana, ma anche a ridosso del mare, dove si ottengono vini molto iodati. Poi si hanno zone più vocate per i bianchi (soprattutto carricante), quelle con un terreno sabbioso e suoli che danno mineralità e acidità fissa piuttosto elevate che si riflettono in vini sapidi ed eleganti. 
Mentre il versante est è la zona più piovosa dell'Etna, sul versante nord si trovano i vigneti più alti d'Europa che arrivano oltre i 1000 metri; qui prolificano i noccioli, per tornare a fare un altro paragone con il Piemonte.
Su questo vulcano si hanno terreni così eterogenei che a distanza di 20 chilometri la maturazione del nerello mascalese può ritardare anche di un mese. Mentre a Taormina si vendemmia a settembre, sul versante nord spesso la raccolta delle uve si protrae fino all'inizio di novembre. Sono spesso vigneti a piede franco, molto vecchi e che quindi producono poco. Infatti, nonostante il nerello mascalese sia un vitigno molto produttivo, sull'Etna non conserva questa caratteristica: è una convivenza difficile tra una varietà vigorosa e un terroir davvero estremo.
Anche la coltivazione è ardua, dato che avviene su terreni molto ripidi che rendono indispensabile la raccolta manuale delle uve. 
Dal punto di vista enologico, oggi, l'Etna è una zona nuova e ha bisogno di tempo per diventare un  punto di riferimento della viticoltura italiana, ma non ci vuole fretta perché il grande terroir si fa nei secoli; fra 20, 30 o anche 40 anni probabilmente nasceranno vini eccezionali.
Non a caso molti “vigneri” - da notare il prestito dal francese “vigneron”, così come è avvenuto per molti termini dialettali siciliani - stanno scommettendo su questa zona che, però, ha ancora una viticoltura poco uniforme. Tra questi anche Andrea Franchetti, proprietario delle Tenute Trinoro in Toscana e Passopisciaro in Sicilia, oltre che organizzatore della manifestazione “Contrade dell'Etna”. Una piccola curiosità: anche Mick Hucknall, il cantante dei “Simply Red”, che già nel nome richiamano il “semplicemente rosso” di alcuni vini, ha scommesso sull'Etna Rosso.
Etna è una DOC che è stata riconosciuta nell'agosto 1968 ed è tra le più antiche d'Italia e la prima in Sicilia. Il Rosso è ottenuto prevalentemente da nerello mascalese e in piccole percentuali da nerello cappuccio. Il nerello mascalese tende all'ossidazione, è una varietà povera di antociani, quindi di colore, e ricca di tannini. Da questo vitigno si ottengono vini che rivelano una forte corrispondenza territoriale e per comprenderli al meglio bisogna abbandonarsi alla loro storia, seppur recente, cercando di ascoltarli e di riportare il più fedelmente possibile la loro identità. 
 
 
Etna rosso Outis 2008 - Vini Biondi
Nerello mascalese 80%,  nerello cappuccio 20%.
Siamo sul versante est. Il colore è rosso rubino intenso, quasi luminoso, ma quello che più colpisce è il ricco ventaglio di profumi, sentori balsamici leggermente amari, radice di liquirizia, genziana, erbe aromatiche e, su tutti, macchia mediterranea e ginestra, quella leopardiana, l'ultima a soccombere “al sotterraneo foco”.
In bocca prevale un sentore minerale di sale marino, ma è una nota sapida in perfetto equilibrio con l'acidità. Abbastanza tannico, ha una persistenza elegante e sottile. 
 
Etna rosso Outis 2006 - Vini Biondi
Nerello mascalese 80%,  nereello cappuccio 20%.
Il colore è rosso granato, ma nonostante quest'indizio legato a un maggiore affinamento, il 2006 sembra essere più indietro rispetto al 2008: è più aggressivo e concentrato. Al naso si distingue immediatamente una nota asciutta e amara di genziana e un frutto tendente all'amarognolo, mandorla amara e una nota balsamica, unica a rivelare la maggiore evoluzione. Cristiano Garella conferma le sensazione dei degustatori: il 2006 è stata un'annata meno propizia, così il vino risulta meno maturo, si potrebbe definire quasi “verde”. 
La bocca è meno esplosiva del fratello minore, con tannini più evoluti e ricordi di vermouth. 
 
Etna rosso Quota 600 2011 - Graci
Nerello mascalese 100%.
Ci spostiamo sul versante nord, sono uve che maturano più tardi. Graci è un'azienda piccola e giovane, ma che coltiva un vigneto antico, di quasi 70 anni a 780 metri slm.
Il colore è rosso rubino scarico. All'olfatto colpisce il frutto: mora e lampone su tutti. 
Al gusto è dolce, suadente con piccoli frutti di bosco e sottobosco, pieno, raffinato, fresco, delicato e leggiadro, ma di bella profondità. 
Fortissima è la corrispondenza naso-bocca.
 
Etna rosso Quota 600 2007 - Graci 
Nerello mascalese 95%,  nerello cappuccio 5%.
In questo caso, invece, l'evoluzione rispetta gli anni di invecchiamento. Il rosso è granato, il bouquet è più evoluto e di grande spessore gustativo. Anche qui troviamo una perfetta corrispondenza gusto-olfattiva: una concentrazione e maturità del frutto che si esprime sia al naso che in bocca e una forte nota balsamica.
Finale sapido e un'aromaticità di fondo molto appagante; caldo e avvolgente, nonostante una tannicità spiccata.
 
Etna rosso Feudo 2011 - Girolamo Russo
Nerello mascalese 100%.
L'azienda Russo è stata eletta Cantina dell'anno 2013 e questo vino chiarisce il perché: il colore è rosso granato, il naso rivela da subito una grande nota aromatica: macchia mediterranea, origano e rosmarino, una nota fruttata complessa, dolce, ma leggermente mandorlata.
Si potrebbe fare un paragone con il Graci Quota 600 della stessa annata, ma sembra che quest'ultimo abbia subito un'evoluzione maggiore.
Anche in bocca esprime profondità, è avvolgente e dolce, polpa e succo di frutta, molto persistente, sapido con una sottile vena tannica, rotondo e morbido anche se ancora così giovane.
 
Etna rosso Feudo 2008 - Girolamo Russo
Nerello mascalese 95%, nerello cappuccio 5%.
Anche in questo caso la maggiore evoluzione è evidente, alcune caratteristiche rimangono simili al vino del 2011, ma in quest'ultimo assaggio la nota balsamica è molto accentuata, accompagnata decisi richiami alla terra: tartufo, humus, sottobosco. In bocca il tannino è ben evoluto ma ancora presente a dare gusto e persistenza.
 
 
Mare, montagna e vulcano, forti ricordi di macchia mediterranea, mineralità e freschezza sono le caratteristiche che uniscono i sei vini e che sono state il filo conduttore della degustazione.
Dal vulcano più alto d'Europa provengono dunque vini che non temono l'altitudine e nemmeno le eruzioni, che creano un contatto diretto con il centro della terra e con gli elementi primari della natura. Mineralità, vento, acqua e fuoco. 
In questo viaggio tra i vini dell'Etna ci si può spingere, quasi come in un romanzo di Jules Verne, fin dentro il cratere: entrando in Sicilia e uscendo direttamente in Piemonte.
Per riprendere il paragone iniziale si possono ancora citare le parole di Mario Soldati che a proposito del Rosso Etna del '48 del barone Nicolosi di Villagrande scrive: «be', aveva ragione il barone: sono rimasto sbalordito: avrebbero potuto farmi credere che si trattava di Barbaresco. […] 
Barbaresco, sì. Continua, irresistibile, l'evocazione del Piemonte».
 
Di seguito le foto della serata e, per non perdere i prossimi eventi, rimani sempre aggiornato sul nostro sito www.aispiemonte.it